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e città
e nelle città c’è tutto
parole opere omissioni
concentrazioni di teste

origini e misteri
gente e pensieri
e ho visto da finestrini in un viaggio verso l’interno
azioni legate all’inferno di un nuovo ricordo
ripassato adesso i passi che ho passato
partendo tornando e poi tutto il contrario
e sposato per finta a san Zulian
commosso tra il Danubio e Keleti
appeso a una punta di Sirmione
sotto l’illusione del cielo nella camera degli sposi
davanti all’eterno riposo di Dante
nella fortuna di un attimo dentro al Ponchielli
dalla croce di S.Stefano sull’argento argentario
sopra Santa Trinità non più da lontano
ninnolii di sogno e musica nelle orecchie degli occhi
e baciato per il tempo più lungo e la pena più servita
senza dio e senza amore
scatti attaccati all’istante e ogni istante un ricordo
capito solo dal curioso e mai da un misero essenziale

dicono che intorno è tutto più difficile
dicono che ci sono nuovi pericoli
e dicono pure che quelli come me hanno paura
senza sapere che la paura la provano dicendo questa frase
io scambio la memoria con la solitudine
credo una cosa sola e in quelle inutili e stupide
e pure chi le crede così è già morto o sta per morire
e se non si muore si è già più forti
ma continuate a non rispondere
a cercarmi per dare un motivo per difendervi
il web lo incolliamo nella vita
copiato da un copione estratto a sorte
la lingua ora squarcia i tessuti
vive un tempo di guerra e uno di pace
e in mezzo come adesso il tempo di essere brevi
io tornerò indietro e tornerò qui
sarò come questa epoca vuole
smozzicato
aggiornato
sintetizzato
alienato
incompreso
migliorato
inutilizzato
corto e altrove

e quello che mi fa stare bene
è la differenza

 

 

 

sgargiante declino

indifferenza passiva agognate assistenze dentro esistenze a scarti

ognuno conosce il suo modo di proteggersi

ho dimenticato la password ma soprattutto la domanda segreta
le nostre ore pagate      il nostro distrante pensiero

meno recensioni! più emozioni!

le donne rinascono sempre     gli uomini muoiono ogni volta
sentirsi pieno di default lasciarsi dondolare da inedite azioni
dove sei nemico mio perso nella mia antica paura di missili nucleari
bisogna ripensare a tutto
a natale capiremo sempre le stesse inutili cose

il nuovo senso del viaggio è coprire una distanza

sarebbe troppo presto per organizzare uno sgargiante declino
uhm….movimenti giusti verso via e chi se ne importa
ieri non volevo sentirmi dire ti amo ma cosa ne pensi

i tempi veri sono solo quelli in cui l’atteggiamento cambia
cosa c’è di buono nella timeline delle mie storie

e nascosto dietro le pareti interne di un no

dici che scrivi e dopo che fai

ma perché questo interesse a cosa capita agli altri
si paga alla bellezza un pentimento pesante
talento e maleducazione talvolta si sposano
presenze malate passi inutili su strade bucate
pezzi sintetizzanti di sintetico dolore

la parete interna di un no

sciogliere i nodi o rompere i legami
mi sono incartato in un post
dovevo sloganare un’ombra
dietro le spalle e i silenzi
in questo punto imprecisato
sono il social writer che non si può commentare
buttato per caso nella net generation
a cosa sto pensando?


via nel buio

 

come quando uno scellerato rompe le gambe a mezza squadra e l’arbitro si decide a buttarlo fuori, in una sera a metà tra s.silvestro e la fine della scuola, si volta la pagina più pesante, incredibile, delirante, senza senso,senza risultati, senza dignità degli ultimi venti anni.  Censure, provocazioni, scandali, propagande, lobby, interessi privati, volgarità, discredito, leghismo, immobilismo, decadenza, conflitti sociali.

 

Ci vorrà la ciclicità degli eventi a riportare questa nazione su un livello di pura e semplice normalità, di problemi normali, di crisi normali, di discussioni politiche normali, di dialogo tra la gente. Di povertà senza ghigni mediatici.

Noi non siamo mai stati un Paese efficiente e moderno, non è solo cambiando un protagonista che avremo un miracolo, soprattutto se abbiamo ancora centinaia di personaggi in giro che meriterebbero di salire pure loro all’erto colle stasera, di ogni schieramento. Si può cambiare il saltimbanco ma il circo potrebbe andare avanti come e peggio di prima. Ma il valore simbolico e la speranza di una prospettiva diversa è impressionante ed emozionante. La possibilità che sinistra e destra stasera finiscano per sempre, il centro non c’è mai stato, che il terzo millennio ci porti ,chissà ,qualcosa di diverso a livello di conduzione economica  e politica.  

 

Quello che deve finire è un ventennio di un certo tipo di messaggio, che ha cambiato anima e preferenze delle persone , i loro valori, le loro priorità, i gusti, i toni. Senza nessuno che tiri i fili. E’ una cappa che deve essere tirata su e succede anche con il sollievo di molte persone vicine nel modo di pensare a chi l’ha generata, per un ricambio generazionale che deve essere fatto, perché il mondo corre, non gira né rotola, perché è già e sarà sempre troppo tardi.   

 

the tree of life

 

sono dovuto passare attraverso le fotografie di Wenders, i concetti soffiati fuori campo, i misteri del mondo onirico e sospeso di Lynch, la pura immagine di Kubrick, quarto lato di sinfonie senza tempo, la camera a volo d’uccello di Von Trier con le sue domande inchiodanti e assolute, per arrivare qui.
tra grazia e natura, origine e sogno, fine e percorso, dove una vita è sempre breve anche quando dura tanto, e può essere infinita anche per il semplice fatto di sapersi poter compiere.
padri e madri hanno rami e le cose veramente cambiano per vivere e vivono per cambiare, come detto milioni di altre volte.
quante emozioni con parole e opere come queste hanno sbrigliato la matassa di sensazioni e ricordi che a loro volta mi hanno emozionato senza che io abbia fatto un passo.
quali sono le domande? cosa ci ha reso così, oltre la retorica della genesi e dei condizionamenti? esiste sia la realizzazione del tutto e sia quella del nulla.    non c’è nascita né morte che possa ripetersi, non c’è enigma più diffuso di quello a cui non si potrà mai dare una risposta.
questo è dove si può passare attraverso il tempo, superando i confini della memoria, del presente e della speranza.
penseremo di essere stati anche questo, in ciascun momento dopo il precedente, in ogni azione conseguente alla prima, nell’eterno passaggio, nella verità, nella dimensione che non conosciamo.

intervistine

Per il lavoro che svolgo, di tanto in tanto,  incontro velocemente  persone più o meno famose, capita così di incrociare i loro sguardi, di poterci scambiare delle parole che loro non ricorderanno mai ma che io terrò sempre impresse. Soprattutto quando queste persone le hai seguite  tutta la vita, chissà poi perché, chissà come , e chissà con quanto bisogno.

Quando una persona è veramente famosa? Quando è riconoscibile oppure solamente conosciuta? Quando è importante, cosa è che la rende come acqua nei pensieri e nelle abitudini di tutti? Perché ci si ostina a capire se c’è differenza tra una figura sullo schermo o in un palco, tra quello che c’è dietro una penna o uno strumento e colui o colei che puoi vedere a tre dimensioni? Il più delle volte è una delusione perché la nostra mente è la macchina più meravigliosa nel costruire un mondo perfetto fatto di gente perfetta. Perché la proiezione di una canzone, di un libro, di una azione cinematografica è nel momento che arriva a noi ma anche quando riparte da costoro all’indietro verso dove nasce , verso quella fonte magica. Non conosciamo il trucco, in fondo. E spesso non lo vogliamo sapere.

 

A me quando è successo mi è sempre salita la voglia di fare mille domande, perché c’è sempre stata la curiosità di capire cosa ci fosse dietro un’opera, di qualsiasi tipo. Anche quelle palesemente più banali o superficiali. Far arrivare al personaggio famoso che ho di fronte la notizia che lo conosco bene, di cercare i distinguermi, anche nel breve spazio di un secondo, come se fossi parte di quel mondo al quale chissà se sarei stato mai capace di far parte davvero.

Certe volte mi chiedo come sarei se fossi conosciuto da tutti, io che spero di avere la gente lontana in maniera sempre più esponenziale, forse il salto del fossato mi avrebbe guarito da questa riservatezza e da questo mio piccolo mondo antico e isolato.

La distanza tra me e il successo è una di quelle strade che ho sempre provato a misurare ma senza avere il metro.

 

La musica, un testo, il racconto di un film, sono solo di chi li fa o appartengono a tutti? Quanto entrano a far parte della nostra storia, quanta biografia di chi ha successo è presente nella vita che abbiamo alle nostre spalle, e chi abbiamo veramente davanti? Cosa ci suscita il talento e la fortuna di qualcuno? Cosa ci rivela di noi? Quanto capiamo del nostro animo se le emozioni sono trasmesse da qualcun altro?

C’è chi soffre troppo di vita indotta e chi è troppo frutto di se stesso. Uomini qualunque, o uomo comune, perso o fotocopia, originale o surrogato, tutti unici e singolari, tutti mistero di noi stessi.

L’importante è l’incontro. Dove c’è incontro non c’è mediazione, non c’è display o lavoro di montaggio, costruzione e praticità. La magia costruita con il pongo. Dietro ciò che immagini di una canzone o di un libro c’è il lavoro che non sai, i problemi più simili al mondo che conosciamo.

Ecco che quando rapidamente riesco a sfiorare chi ha provocato, provoca e continuerà a suscitare immaginazione mi scattano le domande, e ogni domanda è un inchino, come diceva qualcuno, e ogni risposta o dialogo è spesso acqua sul fuoco dei nostri sogni. 

i guastatori

guastatori

“Chased out of this world, didn’t mean to stop, I turned around and suddenly you were gone”, così iniziava “Street fighting years”, 1989, a quei tempi mi piaceva indossare uno spolverino nero, pensavo che pensare ai fatti era importante, che ogni cosa nascondeva qualcos’altro, erano reali ma pure simbolici, tutto sorprendeva, urtava, scopriva la possibilità di fare indignare. Le strade d’Irlanda, l’eco della Moneda di Santiago, la folla di Brandeburgo, Tienanmen.

Non erano uno spettacolo, era gente lontana. Non si condivideva nulla, le notizie non ci riguardavano.

Manifestare è un diritto che è cambiato nel tempo, il cui senso non si è adeguato ai problemi del mondo. E quando ha cercato di farlo, invocando un modo di vivere mai concepito prima ha accolto senza volerlo, ma nemmeno senza pensare che non potesse accadere, lo strumento della strumentalizzazione. E chi può dire oramai di non essere strumento di qualcos’altro.

Accogliendo tutto e tutti, la porta è aperta per il bene e per il male. Soprattutto quando i movimenti non sono politici, perché la politica si sa organizzare e concede un pò a me e un pò a te. Essendo un circo la politica non prevede violenze sane e giuste indignazioni.

Quello che è successo sabato è che c’era un mare di gente. Erano tantissimi, era la voce italiana di ciò che si sta pensando in tutto il mondo, c’è un pensiero sotterraneo di chi ha capito.  Quello che volevano dire però non può essere detto così, tra chi lo sapeva e non ha fatto nulla per impedirlo e chi immaginava ma non lo ha controllato, tra chi in buona fede ci crede ancora e chi in malafede è pure contento che il modo di zittire la gente è quello di far risaltare la paura e la violenza rispetto al silenzio della disperazione e alla voglia di esprimere un concetto sociale nuovo.

Forse è giunto il tempo di rivedere il modo di manifestare. Forse sarebbe ora che chi sa chi sono questi guastatori ce lo dica, forse è il momento di ribellarsi a questo giro di valzer tra pensieri sociali e ostacoli precostituiti. Forse le persone che con grandissimo spirito di cambiamento hanno voluto far vedere quanti erano sabato scorso dovrebbero tornare per le strade subito, chi cade deve rialzarsi subito, chi è stato infettato deve trovare subito la medicina per guarire.

notizie sullo specchio

notizie sullo specchio

L’idea era quella di discernere delle immediatezze, caracollarsi sul momento, puntare dritto a questo nostro tipo di presente e a questo nostro tipo di lampi che accecano senza fermarci.

Tutto ha una vita breve e la vita diventa più lunga.  Uno sbaglio e sei fuori. Sappiamo ogni movimento e seguiamo le evoluzioni senza avere maggiori evolvenze, spostamenti più rapidi indirizzano azioni sempre più ricattabili dal padrone tempo.

Approfondire e sorvolare non sono mai stati così legati dallo stesso filo, non erano mai giunti a confondersi in confini invisibili spiazzandoci dolorosamente e velatamente. La pietà è il sentimento più antico, la traccia riconoscibile che ruga l’albero della nostra perduta umanità. La linea del collasso si elasticizza su se stessa, segna un confine di una fine lontana e sorprendente, come un baratro dal quale si cade ma che non finisce mai, permettendoci comunque di vivere per sempre. Per sempre in inerzia, forever falling, senza sapere se il nostro polo è girato dalla parte migliore.

La follia è connettersi, il delirio è illudersi di percepire qualcosa. Tutto è dentro tutto, i display graffiati dalle nostre presenze, e dal segno che si vuole lasciare a tutti i costi, in tutti i momenti, per tutte le cose che passano. Per tutto quello che succede, e succede soprattutto questo, la certezza di ciò che è incerto, l’abilità nel sorprendersi poco, l’assuefazione a ogni possibilità, poteri che superano la linea della volontà.

confessioni di alonso chisciano

118

“giro nel mio deserto e sto tranquillo
ho solo il vento per barriera
ah, che cavaliere triste
in realtà avevo dato il cuore alla luna
e la luna l’ho barattata col temporale
e il temporale con un tempo ancor meno normale
e il tempo stesso con una spada che mi accompagnasse
fuori dei confini di quello che è reale

e più mi accorgo di amare l’ignota destinazione
più lungo sterpi e rovesci non ritorno

a me una pazzia d’argento
al mio cavallo una pazzia di biada
come hai potuto pensare
di cambiarci la strada
che se la morte è soltanto un mare
vedi
mi ci tuffo vestito

ahi, polvere delle mie strade
ah, scintille del mio mare inaridito
come hai potuto pensare di spogliarmi proprio adesso

giro nel mio deserto e fa lo stesso
per non scalfire il tuo senso morale
ma dentro, caro il mio ingegnoso narratore
dentro è tutto un altro carnevale”

pagine di un mistero

pagine di un mistero

mentre leggo un libro, tra le righe ne immagino subito un altro.  scorro sulle parole spesso non capendole, saltando verso la comprensione successiva, correndo verso l’idea più chiara, la cosa più possibile.  qualche volta ricordo più i luoghi dove ho letto che non cosa ho letto.  abbino il ricordo di quello che mi ha evocato una lettura al posto in cui ero.  come un profumo che rimane addosso pure se sei lontano.
mi piacerebbe cominciare a sentirli leggere,i libri.  avrei bisogno di ricordarmi quello di cui parlavano tutti quelli che ho letto. ci sarebbe necessità di continuare a farlo, di riprendere la possibilità di tirare fuori dalle parole nuove ispirazioni e nuovi pensieri.  di inventarsi una retorica nuova.  di sterzare verso nuovi significati, di esplorare mondi fatti non solo di paesaggi e persone mai visti e viste prima ma pure di lettere e concetti vergini ai nostri pensieri.

non so dove sono andati a finire poe, saramago, marquez, gaarder, pennac, tutte le storie che ho attraversato con la mente e con la fretta e la fame di finirle.  non ricordo un finale, non riesco a captare il sapore rimasto nella bocca della mia anima, ammesso che sia lei la depositaria di queste impressioni.  scrittore mancato e lettore fallito, tra me e un libro c’è un ponte dal quale cado sempre giù.  sono stato nelle opinioni di un clown, nei dolori del giovane Werther, nel cuore di conrad, nelle vite a cubetti delle biografie e dei trattati motivazionali.   senza credere talvolta che potesse servire a qualcosa.
posso dire di essere nei posti che ho visto, nella gente che ho conosciuto, nelle esperienze che ho fatto, pure nel lavoro che faccio, in quello che mangio e in quello che guardo alla tv, ma dove posso dire che sono in quello che ho letto, ancora non lo so.  e non lo avrei saputo pure se mi ricordassi ogni riga di cui ho inventato una trasposizione, pure se in testa ho tutte le immaginazioni di tutto quello che mi è capitato sotto mano.  i ricordi cioè di luoghi impossibili. come quando ti ricordi un sogno.  e come dice qualcuno, i ricordi hanno un presente , mentre i sogni cercano un futuro.  le colonne sonore di film che non esistono, immagini mai messe in mostra di cose scritte chissà quando e pensando a chissà cosa.

vorrei avere la vocazione alla scoperta di una lettura, come il profumo del libro di suskind sgocciola dalle persone riservandone la pura essenza , anche questo tipo di scelta mi auguro sempre mi possa riportare all’inizio del momento che sto vivendo.  e quindi trovare l’equilibrio tra conoscere tutto, conoscere tanto e conoscere qualcosa.  poi entri in libreria e sai di non conoscere niente. una selva senza segnali di fuga, senza percorsi utili.

forse leggere assomiglia veramente ad ascoltare.  forse non leggo quando quello che non so mi spaventa.  forse i colleghi di Montag bruceranno tutti i libri prima che lo capiremo.  e forse mi emoziona più l’odore di un libro quando è nuovo che ricordarmi dove l’ho messo o di cosa parlava.