Se penso ad un periodo in cui avrei voluto vivere penso a questo, nel dopoguerra, nel quale lo scorso secolo trovò un perfetto equilibrio tra ricostruzione e speranza. Tra macerie e sogno, tra illusione e voglia di vivere un nuovo presente nel lungo respiro che si tira dopo la paura.
Unici veri anni di pace. Soprattutto negli Stai Uniti , dove l’eco di quella epoca ci è giunta nei numerosi filmati, nelle rappresentazioni cinematografiche, negli straordinari personaggi che hanno reso un tempo un mito. Quando la cultura documenta.
Conosco poco quella parte di storia, quello che so mi basta per riconoscerlo come un momento fantastico. Di sicuro lo fu meno in Europa, laddove i segni e le conseguenze della guerra furono più drammatici, le miserie più visibili, ma riconosco a quella gente più spirito e più forza, quegli uomini guadagnarono da subito una pronta dignità e uno slancio assolutamente necessario.
E’ sopravvissuta ai tempi ed arrivata ai nostri occhi e alle nostre orecchie quella suggestione fatta di voci languide e musiche tenere, che sembrano tristi ma di una serenità che deriva dalla lentezza e dalla tranquillità. Immagini in bianco e nero, talvolta a colori, storie poetiche e reali, ed è incredibile quanto possa apparire lontano quel tempo, dove anche quelle storie così reali sembrano finzione, dove quei ritmi così compassati appartengono oramai a quel sogno.
Un vero passato può sembrar inventato se le cose ci cambiano intorno.
Bing Crosby, Billy Wilder, Audrey Hepburn, Elvis Presley, Patti Page, Johnnie Ray, Nat King Cole, James Dean, Perry Como, Tony Bennett, Frank Sinatra, e tantissime altre leggende di quel momento, operando tra sviluppo e maccartismo, tra convenzione e prime trasgressioni, tra messaggi impegnati e voglia di evadere dalla paura degli UFO e della bomba atomica.
Desiderio di aprirsi poco all’ignoto per godersi un po’ di più.
Dopo sessanta anni quei ritmi, quei dialoghi, quei suoni non ci sono più e per noi di questo tempo non avendone tracce nella memoria non ci sono mai stati, per questo che gli anni cinquanta non suscitano nostalgia né spine di tempi vissuti ma finiti come rispetto alle epoche più recenti.
Una sana e suggestiva emozione di un tempo mai attraversato. Ma che possiamo sognare sempre.
Uomini con la cravatta, donne con vestiti lunghi e seni prosperosi, le maniere gentili, lo stile, l’eleganza, le espressioni severe la rigidità e anche l’ipocrisia di certi valori. Il ritorno alla vita dopo che si temette che tutto potesse finire e con la paura che l’incubo potesse tornare, esorcizzandolo con balli, spensieratezza e lavoro.
Come era opposto al mondo di oggi. Come era meno standard ma incredibilmente più convenzionale. Non si sapeva nulla di quello che succedeva, le radio suonavano. Le automobili , le motociclette, i passi lenti, i microfoni, i racconti e i bisogni così diversi da quelli attuali. L’importanza che si dava a ciò di cui nemmeno oggi ci si accorge. La sensazione che si avesse più tempo per la qualità della vita, anche quando era meno ricca di quella di adesso. Un mondo (quasi) ancora senza televisione. Senza il bisogno di inseguire le immagini , ma che aveva un’immagine propria che splendeva da sola.
E’ vero che ogni tempo precedente non sarà mai migliore del successivo. E’ la trappola nella quale in “Midnight in Paris” Woody Allen ci invita a non cadere.
Ogni passaggio porta con sé la fine del sogno antecedente, ogni epoca dovrebbe portare dei miglioramenti, gli anni scorrono come un fiume che mano a mano si ingrossa.
Ma è pur vero che quando quel passato possiamo solo immaginarlo, lo possiamo pure sognare, e il sogno possiamo portarlo sempre con noi in questi tempi rapidi ed essenziali , senza spegnere il cuore con la nostalgia.











